sistema worldtour system

Le parole di Gianni Bugno colpiscono nel segno. Non perché siano particolarmente dure, ma perché sono realistiche.
Il WorldTour, così come è stato costruito, ha progressivamente centralizzato il ciclismo professionistico, creando un sistema che penalizza tutto ciò che sta sotto. Le squadre più piccole ne stanno pagando il prezzo da anni.

Si è affermato un modello chiuso, che ricorda sempre più da vicino quello della Formula 1. Non è un fenomeno recente, ma una deriva che si trascina da tempo. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: gli sponsor faticano ad avvicinarsi, perché il WorldTour richiede investimenti enormi, sostenibili solo da grandi gruppi internazionali.

Questo è uno dei motivi per cui l’Italia, dal punto di vista ciclistico, sta perdendo terreno. Non abbiamo accesso a capitali paragonabili a quelli che arrivano dall’Arabia o dall’Asia, e senza grandi sponsor diventa impossibile competere. Nessuna azienda è disposta a investire cifre importanti in una squadra che non ha la certezza di partecipare alle grandi corse: Grandi Giri e Classiche monumento.

Il risultato è un sistema che soffoca le squadre Professional e Continental e che, a cascata, indebolisce tutto il movimento, fino ad arrivare al ciclismo giovanile.

Ridurre il numero di squadre WorldTour, come suggerisce Bugno, può essere una proposta sensata. Ma non affronta il vero problema, quello strutturale: l’assenza totale di meritocrazia.

worldtour cycling

Dalla sua nascita – prima come ProTour, poi come UCI WorldTour – il sistema non ha mai previsto un accesso basato realmente sui risultati sportivi. Nel 2021 sono state introdotte alcune regole che legano le licenze a un minimo di performance, ma si tratta di correttivi marginali, più formali che sostanziali. La sostanza non cambia: la meritocrazia non è il motore del sistema.

Non esiste un percorso chiaro che permetta a una squadra di salire di livello grazie ai risultati, come avviene in altri sport. E questo non è casuale. Il sistema è stato pensato prima di tutto per garantire introiti.
Per ottenere una licenza WorldTour servono fideiussioni bancarie molto elevate, proporzionate agli stipendi dei corridori: parliamo di 3–4 milioni di euro all’anno, garantiti per tre anni, perché le licenze sono triennali. Risorse che restano bloccate come garanzie, ma che fanno parte a tutti gli effetti dell’equilibrio economico del sistema.

In questo contesto, la meritocrazia non solo non viene applicata: non è nemmeno prevista.
Non esistono campionati o competizioni strutturate che consentano alle Professional di confrontarsi ad armi pari e guadagnarsi sul campo l’accesso al WorldTour. La prima selezione avviene sul piano economico: quanti soldi hai. Solo in un secondo momento si guarda ai risultati sportivi.

Un sistema diverso sarebbe possibile. Licenze annuali, basate prima sui risultati e solo dopo sulle garanzie economiche. Un calendario pensato per creare classifiche chiare, con meccanismi di promozione e retrocessione. In altre parole, una vera “Serie A” del ciclismo, accessibile per merito.

Oggi, invece, il WorldTour non è un ecosistema sportivo aperto, ma un sistema economico chiuso. E finché resterà tale, continuerà a comprimere tutto ciò che gli sta sotto.

pro cycling

C’è poi una domanda che raramente viene posta: com’è possibile che, nonostante l’aumento esponenziale dei budget nel ciclismo di vertice, nessuna parte di queste risorse venga reinvestita nel ciclismo giovanile?

L’Union Cycliste Internationale non sostiene realmente la base del movimento. Al contrario, lo squilibrio verso l’alto ha ridotto drasticamente le risorse destinate ai settori giovanili. Gli stipendi dei professionisti sono cresciuti in modo significativo rispetto a vent’anni fa, mentre i budget delle categorie giovanili si sono più che dimezzati.

Se il sistema continua a reggere, è solo grazie alla passione dei volontari, non certo per una visione lungimirante di chi governa questo sport.

Alla fine, i nodi sono sempre gli stessi: una meritocrazia che, dopo oltre vent’anni, ancora non esiste. E una struttura che dovrebbe partire dal basso, ma che viene pensata sempre più dall’alto verso l’alto.

E quando si indeboliscono le fondamenta, il futuro non può che risentirne. Minare la base oggi significa compromettere il ciclismo di domani.

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