vingegaard spagna

Ciò che è successo a Jonas Vingegaard in Spagna lascia sinceramente perplessi. Non tanto per la caduta in sé, quanto per tutto quello che è venuto dopo. A partire dal comunicato ufficiale della squadra, che ha trasformato un episodio banale in un caso inutile.

Nel ciclismo, da sempre, gli appassionati seguono i professionisti. È così da decenni. È parte della cultura di questo sport. Anzi, quando davanti a te hai uno dei corridori più forti al mondo – per di più diretto rivale di Pogacar – è naturale mettersi a ruota, osservare, imparare. È sempre stato così, e non c’è nulla di scandaloso.

Quello che sorprende davvero è la gestione della situazione da parte del corridore. Cercare di risolvere il problema con la forza, tentando di staccare un amatore, è una scelta discutibile. Se proprio c’era l’esigenza di liberarsi di quella presenza, la salita sarebbe stata il terreno più logico. Invece l’azione è arrivata in discesa, con il risultato che la caduta è stata causata da lui stesso, senza alcun contatto.

Vingegaard stava lavorando, è vero. Ma proprio perché stava lavorando, forse la cosa più semplice sarebbe stata continuare a fare ciò che stava facendo, senza farsi condizionare da chi aveva alle spalle. Oppure, se davvero la situazione lo infastidiva, bastava una frase, un gesto, un confine chiaro. Ed è qui che emerge il vero problema: la totale assenza di dialogo.

Se fosse stato detto chiaramente “sto facendo un allenamento, ho bisogno di spazio”, oggi non staremmo nemmeno parlando di questo episodio. Perché allora sì, saremmo di fronte a un comportamento inappropriato. Ma così non è stato. E infatti non stiamo parlando di uno stalker, bensì di un semplice appassionato.

Chi ha vissuto il ciclismo di altri anni lo sa bene. Quando l’Italia era il centro del movimento mondiale, aggregarsi ai professionisti era normale. Negli anni ’90 non era raro vedere gruppi numerosi pedalare con Gianni Bugno, anche quando indossava la maglia iridata. Nessuno disturbava nessuno. Probabilmente perché i ruoli erano chiari e il dialogo esisteva.

Lo stesso accadeva in Toscana, dove si allenavano decine di professionisti: era prassi, ed era accettato. E lo è ancora oggi in altri Paesi, come il Belgio, dove i professionisti convivono quotidianamente con amatori e Under 23 sulle stesse strade, senza tensioni e senza comunicati ufficiali.

Ed è proprio qui che la vicenda prende una piega sbagliata. Perché la reazione della squadra – Team Visma-Lease a Bike – con un comunicato che finisce per scaricare la responsabilità sull’amatore, appare fuori luogo. Dalla dinamica è evidente che la caduta non è stata causata da nessuno: nessun contatto, nessuna interferenza. Una caduta autonoma.

Invitare genericamente gli amatori a “lasciare in pace i professionisti” non chiarisce nulla. Al contrario, alimenta commenti, polemiche e soprattutto divisioni. Viviamo già in un contesto saturo di conflitti: tra automobilisti e ciclisti, tra camion e auto, tra motociclisti e traffico urbano. Aggiungere anche una contrapposizione tra ciclisti e ciclisti è l’ultima cosa di cui questo sport ha bisogno.

In casi come questo, forse, la scelta più intelligente sarebbe stata un’altra: il silenzio.
Perché quando un campione cade da solo, senza contatti e senza colpe esterne, non sempre serve una spiegazione ufficiale. A volte tacere è il modo migliore per non peggiorare le cose.

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