one cycling il ciclismo e l'uci

La UCI ha detto no (e di questo non  dubitavamo). Il progetto One Cycling, una sorta di super lega pensata da alcune delle principali squadre del WorldTour, è stato definito “incompatibile” e “privo di coerenza sportiva”. Ma davvero possiamo permetterci di archiviare tutto così? Oppure stiamo assistendo all’inizio di una frattura che potrebbe cambiare – e forse danneggiare – il ciclismo professionistico per molti anni?

Un’idea nata dal malessere del sistema

One Cycling non nasce per capriccio. Nasce da un disagio reale. Il ciclismo professionistico vive in un equilibrio economico fragile, in cui le squadre sopravvivono quasi esclusivamente grazie agli sponsor principali. Non ci sono diritti TV condivisi, non esiste un sistema centralizzato di redistribuzione delle entrate, e i team – pur affrontando costi enormi – non possiedono nessun asset strutturale. Se uno sponsor esce, la squadra rischia di sparire.

A questo si aggiunge un calendario dispersivo, con troppi eventi, pochi momenti davvero globali e scarsa possibilità di far competere i grandi campioni tra loro più volte all’anno. One Cycling nasce come risposta radicale a tutto questo: creare una lega chiusa, o comunque autonoma, con logiche di business moderne e una struttura capace di attirare nuovi investimenti, soprattutto extraeuropei.

Il grande no della UCI (e un monopolio da difendere)

La UCI, però, ha deciso di non accogliere il progetto all’interno dei calendari WorldTour maschile e femminile dal 2026 in poi. La motivazione è chiara: governance non compatibile, struttura incoerente con i regolamenti internazionali. Ma qui vale la pena fermarsi: davvero ci si poteva aspettare un sì?

La UCI, infatti, detiene un monopolio di fatto sulla regolamentazione del ciclismo professionistico. Non solo decide chi può gareggiare, ma incassa da molte delle regole che impone. Un esempio? Il famoso bollino UCI presente su ogni telaio omologato per le gare: un sigillo a pagamento che frutta milioni. Ogni costruttore deve pagare per poter gareggiare nei calendari riconosciuti. Ma non è tutto: la UCI guadagna anche attraverso licenze, diritti d’iscrizione, contributi dai team, e partecipa ai ricavi di alcune gare. Difendere il proprio potere e le relative fonti di entrata è dunque una reazione prevedibile, quasi automatica.

Il vero colpo: l’ASO sceglie da che parte stare

Ma il vero freno a One Cycling non è stato il “no” dell’UCI. Quello era prevedibile. Il segnale più forte – e inatteso – è arrivato dall’ASO, la potente società che organizza il Tour de France, la Vuelta a España, la Parigi-Roubaix e molte altre corse chiave. In passato, proprio l’ASO era sembrata sul punto di staccarsi dalla UCI per creare un circuito autonomo. Era il tempo del “ProTour contro le grandi classiche”, e il malcontento era tangibile.

Oggi, però, l’ASO ha scelto chiaramente di non aderire a One Cycling, lasciando il progetto senza le corse più prestigiose. È questa la vera battuta d’arresto: senza il Tour, ogni super lega rischia di nascere monca. Ed è paradossale che proprio ASO, che un tempo appariva il soggetto più pronto a rompere gli equilibri, oggi sia il fattore di stabilizzazione. Forse perché un nuovo sistema, se gestito dai team, toglierebbe potere anche agli organizzatori storici?

CART vs IndyCar: una storia da ricordare

Negli anni ’90, il motorsport americano visse una situazione quasi identica. La CART (Championship Auto Racing Teams), creata dai principali team della scena statunitense, si contrappose alla Indy Racing League, la serie voluta dall’Indianapolis Motor Speedway per preservare il controllo sulla celebre 500 Miglia.

Ecco un confronto diretto che aiuta a capire meglio il parallelo:

one cycling e uci

Il risultato di quella guerra sportiva fu devastante: due serie in competizione, eventi sovrapposti, sponsor confusi, appassionati divisi. Solo nel 2008 le due anime si riunificarono, ma il motorsport americano non ha più recuperato del tutto lo smalto degli anni d’oro. Una lezione che il ciclismo dovrebbe tenere bene a mente.

Eresia o storia già vista? Ecco altri sport dove ci sono state spaccature a livello Federativo Mondiale

Il ciclismo non sarebbe il primo sport a vivere uno scontro tra poteri sportivi e interessi commerciali. Ecco alcuni esempi:

  • Calcio (UEFA vs Superlega): nel 2021, alcuni dei club più ricchi d’Europa lanciarono un progetto di Superlega indipendente dalla UEFA. L’iniziativa fu bocciata con forza dalle istituzioni calcistiche, ma il malessere che l’ha generata non è scomparso. La battaglia è ora legale e tutt’altro che chiusa.
  • Boxe: negli anni, la mancanza di un’unica autorità mondiale ha prodotto decine di federazioni (WBC, WBA, IBF, WBO…), titoli duplicati e confusione tra pubblico e media. Il risultato? Disorientamento e un progressivo declino d’interesse, soprattutto tra i giovani.
  • Cricket (India vs ICC): la creazione dell’Indian Premier League ha modificato l’equilibrio globale dello sport, generando tensioni con l’International Cricket Council. Oggi l’India domina commercialmente, ma a scapito del bilanciamento internazionale.

In tutti questi casi, il conflitto non ha migliorato lo sport. Al contrario: ha generato fratture, complicazioni regolamentari e perdita di credibilità.

Il paradosso del successo

È davvero vero che il sistema non regge più? A ben vedere, no. Negli ultimi anni il ciclismo professionistico ha conosciuto un’espansione senza precedenti. La creazione del World Tour ha attirato sponsor e budget milionari, accrescendo il livello sportivo, l’attenzione mediatica e la popolarità globale delle corse. Le immagini delle strade affollate durante i grandi giri e gli ottimi dati televisivi lo dimostrano.

La UCI, sotto molti aspetti, ha saputo valorizzare questo momento. Ha standardizzato regolamenti, spinto l’internazionalizzazione e dato visibilità crescente al ciclismo femminile. Ma ha anche esercitato un controllo sempre più stretto, capitalizzando il proprio monopolio normativo ed economico: dal bollino UCI sulle bici, alle regole tecniche, fino all’organizzazione e alla concessione delle gare World Tour.

Questa centralizzazione del potere ha però creato squilibri. Paesi come l’Italia, con una lunga tradizione ciclistica ma risorse economiche più limitate, sono rimasti ai margini. Mentre gli investimenti sono confluiti verso nazioni più ricche o emergenti, come gli Emirati Arabi, oggi protagonisti assoluti ma anche desiderosi di incidere direttamente sulla governance del ciclismo. Chi mette i soldi, ora, non vuole più limitarsi a finanziare: pretende di scrivere le regole.

L’UCI saprà gestire il proprio potere?

Ed è proprio qui che si gioca la vera partita. Il progetto One Cycling non è solo una provocazione: è una conseguenza. È l’altra faccia della strategia che l’UCI ha adottato negli ultimi anni, un modello che ha portato benefici evidenti, ma che ha anche concentrato il potere nelle mani di pochi e innescato nuove tensioni.

La vera domanda, allora, non è se il ciclismo sia a rischio collasso. Piuttosto: l’UCI sarà in grado di gestire l’instabilità che essa stessa ha contribuito a creare? Riuscirà a tenere insieme i pezzi di un sistema sempre più globale, ricco, e pieno di interessi divergenti?

One Cycling potrebbe non essere la risposta giusta. Ma è un segnale chiaro: chi investe, oggi, vuole contare. E se la porta viene chiusa troppo in fretta, qualcun altro potrebbe pensare di entrare dalla finestra. Con o senza il bollino dell’UCI.

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