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Tecnologia, confronto e il rischio di perdere la dimensione umana del ciclismo

Qualche settimana fa siamo stati in visita da Campagnolo, a Vicenza. Un’azienda che non ha bisogno di presentazioni, ma che continua a lavorare in silenzio, con una riservatezza quasi fuori dal tempo. Abbiamo visto prodotti nuovi, parlato con tecnici e ingegneri, respirato quell’atmosfera fatta di competenza vera, di scelte ponderate, di dettagli che contano. Un’esperienza intensa, anche se non raccontabile per immagini o video: in azienda sono giustamente molto riservati. Ma a volte basta una frase, detta quasi di passaggio, per accendere una riflessione molto più ampia.

Parlando dei nuovi misuratori di potenza, uno dei tecnici ha detto:

“Sapete che oggi la gente non va più in bici. Misura.”

Non era una battuta.
Non era una critica sterile.
Era una constatazione del nostro presente.

Il ciclismo dell’era dei numeri

Negli ultimi anni il ciclismo amatoriale ha vissuto una trasformazione profonda. Siamo passati dall’uscire “quando si può” all’uscire “quando dice il programma”. Dalla sensazione alla misurazione. Dal racconto alla statistica. Oggi saliamo in sella circondati da numeri: watt medi, watt normalizzati, frequenza cardiaca, cadenza, VO₂ max stimato, recupero, carico settimanale. Tutto utile, tutto interessante. Ma anche tutto molto ingombrante.

Il misuratore di potenza, in particolare, è diventato una sorta di verità assoluta. Dice chi sei, quanto vali, quanto puoi permetterti di spingere. È uno strumento straordinario, soprattutto se usato con criterio. Ma è anche lo strumento che più di tutti ha spostato l’attenzione dall’esperienza alla performance.

E vediamo scene quanto meno contestabili: dal professionista che rischia la caduta pur di fermare il device elettronico sul manubrio appena superata la linea dell’arrivo, all’amatore della domenica che non guarda nemmeno dove sta pedalando perché troppo concentrato a leggere i numeri sul manubrio.

Il rischio non è la tecnologia in sé. Il rischio è quando la tecnologia diventa il fine, e non più il mezzo.

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Strava, confronti continui e il mito del segmento

Poi c’è Strava. Un’idea geniale, che ha cambiato il modo di condividere lo sport. Ha creato comunità, connessioni, stimoli. Ma ha anche introdotto un elemento nuovo e potentissimo: il confronto costante. Ogni uscita diventa un giudizio. Ogni salita un tribunale. Ogni segmento una classifica.

Il paradosso è evidente quando si cerca il KOM su salite dove passano i professionisti, o si confrontano tempi con atleti come Tadej Pogačar. È affascinante, certo. Ma è anche profondamente irreale. E si rischia persino di travisare il ciclismo: andare a cercare la giornata migliore, le condizioni migliori per attaccare un record. Ma la competicione in bici non è questo, non è solo vento a favore e temperatura perfetta: è partire tutti insieme, nelle stesse condizioni, e misurarsi nello stesso istante. Questa è gara, tutto il resto è gioco. Mettere tutto sullo stesso piano è una distorsione sottile, ma continua. E alla lunga pesa.

Virtuale, rulli e competizioni che non sono gare

Il discorso diventa ancora più complesso quando entriamo nel mondo dei rulli e delle piattaforme virtuali, come Zwift. Allenarsi indoor è utilissimo e bellissimo. Divertente. Motivante. Le gare virtuali, le classifiche, le categorie hanno reso l’allenamento più coinvolgente. Ma anche qui c’è una linea sottile che spesso viene superata: quella tra simulazione e realtà.

Una gara vera ha:

  • un percorso reale

  • avversari reali

  • condizioni imprevedibili

  • rischio

  • strategia

  • lettura della corsa

Nel virtuale molte di queste variabili sono semplificate o assenti. Non è un male, è semplicemente un’altra cosa. Il problema nasce quando si pretende che il virtuale sostituisca il reale, o quando il risultato virtuale diventa una misura del proprio valore ciclistico. Sono mondi diversi, che dovrebbero restare distinti. E anche i dati in campo sono falsati: secondo alcuni test, queste piattaforme online prediligono nettamente gli atleti leggeri con un ottimo rapporto peso potenza a scapito degli atleti più pesanti ma potenti, che comunque possono dire la loro in grandi corse in linea.

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Il sogno semiprofessionale dell’amatore moderno

C’è poi un aspetto più profondo, quasi culturale. Il mondo materiale del ciclismo amatoriale tende sempre più a imitare quello professionistico. Stessi strumenti. Stesso linguaggio. Stesse dinamiche. Solo che manca il contesto.

Si rincorre una dimensione semiprofessionale che, per definizione, non lo è. E non dovrebbe esserlo. Allenarsi bene è giusto. Curare i dettagli è bellissimo. Voler migliorare è sano. Ma quando tutto diventa una rincorsa alla prestazione, al numero, al confronto, si perde qualcosa di fondamentale: il senso.

Il professionista vive tutto questo con passione ma anche con sacrificio. E’ fatica, è dolore, è rinunce. L’amatore può teoricamente prendere solo la parte bella della bici, perché non è dipendendte da un contratto o da addetti ai lavori che valutano il suo lavoro. E invece spesso oggi vediamo persone che rinunciano alla vita sociale pur di registrare un numerino su di un apparecchio elettronico. Numeirno, che nel caso di un professionista può produrre un guadagno economico o di carriera, mentre nell’amatore è solo riguardante la soddisfazione personale. Ne vale veramente la pena?

Rimettere distanza tra noi e la misura

Forse il punto non è rinunciare a tutto questo. Non è tornare indietro. Non è spegnere i dispositivi e uscire “come una volta”. Il punto è rimettere distanza. Usare la tecnologia come supporto, non come giudice. Usare i dati per capire, non per etichettarsi. Usare il confronto come stimolo, non come condanna.

Accettare che:

  • non siamo professionisti

  • non dobbiamo dimostrare nulla

  • il valore di un’uscita non sta sempre nei numeri

Tornare a una dimensione più umana

Andare in bici è ancora una delle esperienze più semplici e profonde che esistano. Muoversi nello spazio. Fare fatica. Pensare. Stare in silenzio. Condividere una strada. Forse il buon proposito non è misurare meno, ma sentire di più. Non essere contro la tecnologia, ma non esserne dipendenti. Non rinnegare il progresso, ma non dimenticare perché abbiamo iniziato.

Il suono del vento, il paesaggio, quella particolare strada che regala emozioni diverse. Il suono della ruota libera in discesa, l’impressione di avere “la gamba buona” senza che ce lo venga sempre a dire un device elettronico.

Perché, alla fine, la bici non nasce per misurare.
Nasce per andare.

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