collage eroica 2026

Siamo tornati dall’Eroica con molte sensazioni, ma soprattutto con la convinzione di aver ascoltato qualcosa che merita di essere raccontato.

Quando partecipiamo a eventi come questo, per noi essere presenti non significa soltanto portare alcune biciclette, mostrarle e parlare del nostro lavoro. Una delle cose che ci interessa maggiormente è avere l’occasione di incontrare tanti ciclisti e parlare con loro. Non tanto per capire dove stia andando il mercato della bicicletta, perché siamo perfettamente consapevoli che una piccola realtà come la nostra non ha la forza per determinarne la direzione. Il mercato, almeno nelle sue grandi tendenze, viene orientato soprattutto dai grandi marchi, attraverso investimenti, comunicazione, sponsorizzazioni e capacità produttive che non sono certo paragonabili alle nostre.

Quello che invece ci interessa molto è capire cosa pensino i ciclisti della direzione nella quale questo mercato li sta portando. Per questo, quando siamo sul territorio, cerchiamo di parlare il più possibile con le persone, ascoltare le loro esperienze e capire cosa apprezzano e cosa invece comincia a infastidirle.

Quest’anno all’Eroica quello che abbiamo ascoltato ci ha sorpreso particolarmente. Non possiamo naturalmente trasformare qualche giorno trascorso a Gaiole in una ricerca di mercato, e sappiamo bene che il pubblico dell’Eroica ha caratteristiche particolari. Eppure, quando persone differenti per età, provenienza ed esperienza finiscono spontaneamente per affrontare gli stessi argomenti, vale almeno la pena fermarsi a riflettere.

Siamo ancora sicuri che nuovo significhi migliore?

Il tema che è emerso più frequentemente riguarda il continuo susseguirsi di innovazioni, nuovi standard, nuovi componenti e nuove soluzioni tecniche. Molti ciclisti ci hanno raccontato di essere stanchi di un mercato nel quale ciò che fino a poco tempo prima veniva presentato come il massimo della tecnologia sembra diventare rapidamente superato, non appena viene introdotta una nuova soluzione.

La cosa interessante è che non abbiamo incontrato persone contrarie all’innovazione. Nessuno, o quasi, sogna un ciclismo immobile nel tempo e sarebbe difficile negare quanti miglioramenti reali l’evoluzione tecnica abbia portato alle nostre biciclette. Quello che sembra essersi incrinato è piuttosto l’automatismo secondo il quale ogni novità debba necessariamente rappresentare un progresso.

Molte delle persone con cui abbiamo parlato ci hanno detto di avere ormai la sensazione che alcune innovazioni vengano introdotte non soltanto perché permettono di costruire una bicicletta migliore, ma anche perché consentono di creare una nuova necessità di acquisto. Cambia uno standard, cambia un componente, quello precedente diventa incompatibile o semplicemente appare improvvisamente vecchio, e il ciclista viene nuovamente invitato a comprare.

Lavorando quotidianamente sulle biciclette, dobbiamo ammettere che qualche volta questa sensazione l’abbiamo avuta anche noi. Ci passano per le mani componenti e soluzioni tecniche molto diverse e, accanto a innovazioni delle quali riconosciamo immediatamente l’utilità, ce ne sono altre davanti alle quali facciamo più fatica a individuare un vantaggio concreto per chi quella bicicletta dovrà poi usarla.

Forse è proprio questo che sta cambiando: non il desiderio di innovazione, ma il modo di giudicarla. Invece di chiedersi semplicemente quale sia il prodotto più nuovo, alcuni ciclisti sembrano tornare a domandarsi se quel prodotto sia realmente migliore per loro.

Dove, come e da chi viene costruita una bicicletta

Un secondo argomento è emerso con una frequenza che non ci aspettavamo e riguarda l’origine dei prodotti. Alcune persone ci hanno detto apertamente di non essere più disposte, o comunque di essere meno propense, ad acquistare prodotti realizzati in Paesi asiatici nei quali salari, tutele del lavoro e normative ambientali sono differenti da quelle europee.

È importante essere precisi su questo punto. Non stiamo sostenendo che chi produce in Asia non rispetti le norme del Paese nel quale opera, né avrebbe senso mettere sullo stesso piano realtà produttive molto differenti fra loro. Stiamo dicendo che quelle produzioni avvengono all’interno di sistemi normativi che non sono necessariamente gli stessi che regolano una produzione italiana o europea, e che alcuni ciclisti hanno cominciato a considerare anche questo aspetto quando decidono come spendere il proprio denaro.

Ci sembra una sensibilità relativamente nuova, almeno nelle proporzioni con cui l’abbiamo incontrata quest’anno. Per molto tempo, parlando di una bicicletta, l’attenzione si è concentrata soprattutto su peso, prestazioni, tecnologia e prezzo. Oggi qualcuno comincia ad aggiungere altre domande: dove è stata costruita, chi l’ha costruita, secondo quali regole e quale tipo di filiera viene sostenuta attraverso quell’acquisto.

Naturalmente sappiamo benissimo che in Asia vengono realizzati prodotti di altissimo livello. Non è quindi una discussione sulla qualità tecnica, né vogliamo ridurla a una contrapposizione semplicistica tra un prodotto europeo “buono” e uno asiatico “cattivo”. Quello che abbiamo percepito è piuttosto la crescita di un criterio di scelta ulteriore, che potremmo definire etico: per alcune persone il valore di ciò che comprano dipende anche dal luogo, dalle persone e dal sistema produttivo attraverso il quale è stato realizzato.

È un modo di pensare nel quale, naturalmente, ci riconosciamo. Daccordi costruisce biciclette in Italia da quasi novant’anni e crediamo nel valore del lavoro, delle competenze e del sapere artigianale che rimangono sul territorio. Tuttavia, ciò che ci interessa in questo caso non è utilizzare l’argomento per dire “comprate italiano”, quanto constatare che sono stati i ciclisti stessi a parlarcene. E qualche anno fa, probabilmente, questo tema sarebbe emerso molto meno.

eroica foto instagram

Carbonio, acciaio e libertà di scegliere

C’è poi un altro aspetto che ci ha fatto particolarmente piacere. Abbiamo trovato molti ciclisti disponibili a ragionare sui materiali senza partire da una risposta già decisa. Persone che, pensando alla loro prossima bicicletta, non davano per scontato che la scelta dovesse essere necessariamente il carbonio, ma volevano capire realmente vantaggi e svantaggi di carbonio e acciaio in relazione al proprio modo di pedalare.

Anche qui non vediamo alcun ritorno nostalgico al passato. Noi stessi lavoriamo il carbonio e sappiamo perfettamente quali possibilità offra. Quello che troviamo interessante è la disponibilità a non considerare un materiale superiore in assoluto soltanto perché così è stato raccontato per anni. Un ciclista può cercare leggerezza, un altro durata, un altro ancora comfort, guidabilità, possibilità di riparazione o semplicemente determinate sensazioni quando pedala. A seconda di ciò che cerca, la risposta può cambiare.

Lo stesso atteggiamento lo abbiamo ritrovato parlando di componenti. Non tutti sembrano più interessati ad avere necessariamente l’ultimo modello o la soluzione tecnica appena presentata. C’è maggiore disponibilità a valutare ciò che funziona, ciò che dura e ciò che è adatto al proprio utilizzo, anche quando non coincide con ciò che in quel momento viene maggiormente spinto dal mercato.

Forse è questa la sensazione più generale che abbiamo portato a casa dall’Eroica: una maggiore apertura mentale. Non abbiamo incontrato ciclisti contrari alla tecnologia, al carbonio o alle biciclette moderne; abbiamo incontrato persone che sembrano meno disposte ad accettare automaticamente una gerarchia stabilita dalla pubblicità e più interessate a costruirsi un’opinione propria.

Può darsi che il settore abbia semplicemente spinto troppo negli ultimi anni. Troppi cambiamenti, troppi standard, troppo spesso la sensazione che un prodotto perfettamente funzionante dovesse essere sostituito perché nel frattempo ne era arrivato uno nuovo. Se così fosse, quello che abbiamo ascoltato a Gaiole potrebbe essere una prima forma di disillusione nei confronti di questo meccanismo.

Non sappiamo se sia davvero così e, soprattutto, non sappiamo quanto il pubblico dell’Eroica possa rappresentare il ciclista in generale. Però ci piace pensare che stia tornando un po’ di curiosità nel valutare una bicicletta per quello che realmente offre, anziché per la posizione che occupa nella scala della novità.

Una riflessione anche sull’Eroica

Proprio perché amiamo l’Eroica e riconosciamo il valore straordinario di ciò che è riuscita a creare, vogliamo aggiungere anche una considerazione meno positiva. Gaiole per alcuni giorni diventa uno dei centri mondiali del ciclismo, richiama persone da moltissimi Paesi e crea un’atmosfera che pochissimi altri eventi riescono a riprodurre. È normale, ed è anche giusto, che tutto questo generi economia per il territorio.

Quest’anno, tuttavia, abbiamo visto e ci sono stati raccontati prezzi molto elevati per pernottamenti, ristorazione, parcheggi e altri servizi durante i giorni dell’evento. Sappiamo bene che accade in occasione di moltissimi grandi appuntamenti e non ci scandalizza il fatto che la domanda faccia aumentare i prezzi. Crediamo però che valga la pena fare attenzione a non superare una certa misura.

L’Eroica esiste grazie a un’idea bellissima, a un territorio unico e a un’organizzazione che negli anni ha saputo costruire qualcosa di riconoscibile in tutto il mondo, ma esiste soprattutto perché migliaia di ciclisti continuano a volerci essere. Affrontano un viaggio, preparano la propria bicicletta, pagano l’iscrizione, pernottano, mangiano e trascorrono alcuni giorni sul territorio. Se si vuole che questo rapporto continui per molti anni, crediamo che quelle persone debbano sentirsi accolte e coccolate, non soltanto considerate come la grande occasione economica di quei pochi giorni.

Forse è curioso che anche questa considerazione sia emersa proprio durante un fine settimana nel quale abbiamo parlato così tanto del mercato della bicicletta, perché in fondo il tema potrebbe essere lo stesso: quanto possiamo chiedere alla passione prima che chi quella passione la vive cominci a sentirsi sfruttato?

Siamo tornati da Gaiole con questa domanda e con tutte le altre che ci avete lasciato durante le tante conversazioni di questi giorni. Non pretendiamo che quello che abbiamo ascoltato rappresenti l’intero mondo del ciclismo. Anzi, proprio per questo vorremmo continuare la conversazione.

Voi che cosa ne pensate? Avete anche voi la sensazione di essere diventati più critici nei confronti delle continue novità? Quando scegliete una bicicletta vi interessa sapere dove e come è stata costruita? Siete ancora convinti che l’ultima tecnologia sia necessariamente la scelta migliore oppure state tornando a valutare materiali e componenti con maggiore libertà?

Perché, alla fine, forse la domanda più interessante che ci avete lasciato all’Eroica è proprio questa: chi deve decidere di che bicicletta abbiamo bisogno, il mercato o noi ciclisti?

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