Peso, aerodinamica, cavi nascosti: ogni epoca sceglie un parametro da inseguire. Ma il valore di una bicicletta non può essere deciso dal marketing del momento.
Ogni epoca del ciclismo ha avuto il suo metro.
C’è stato un tempo in cui molti appassionati sapevano leggere una bicicletta partendo dalla sua geometria. Non serviva essere ingegneri, né telaisti. Bastava avere un po’ di cultura ciclistica, esperienza, passione. Si guardava l’angolo del piantone. Si guardava l’angolo di sterzo. Si guardava la lunghezza del carro posteriore. Si parlava di passo, di avancorsa, di stabilità, di reattività, di comportamento in discesa.
Una bici con certe quote veniva percepita come più corsaiola, più pronta, più nervosa. Un’altra, con angoli più rilassati, veniva considerata più stabile, più comoda, più adatta alle lunghe distanze. Non era un mondo perfetto, certo. Anche allora esistevano mode, semplificazioni e convinzioni discutibili. Però c’era una cosa importante: molti ciclisti provavano ad andare a fondo, a capire il telaio.
Poi, lentamente, il metro è cambiato. Il mercato ha iniziato a spostare l’attenzione su valori più semplici da comunicare. Più immediati. Più facili da trasformare in una frase pubblicitaria.
Il peso, per esempio.
La leggerezza è un valore reale. Nessuno lo mette in dubbio. Una bici leggera può essere bellissima da guidare, può fare la differenza in salita, può dare una sensazione speciale sotto al ciclista. Sarebbe assurdo dire il contrario.
Il problema non è se sia giusto o sbagliato dar credito ad un determinato valore. Il problema arriva quando questo valore viene trasformato nell’unico valore tangibile.
Per anni, nella testa di molti ciclisti, “più leggera” ha iniziato a significare automaticamente “migliore”. Un numero sulla bilancia è diventato più importante di tutto il resto. Più importante della geometria, della posizione, della guidabilità, del comfort, della durata, della sicurezza, dell’uso reale che quella bici avrebbe dovuto affrontare.
Era un metro comodo. Si capiva subito. Si confrontava subito. Si vendeva subito. Poi sono arrivati i freni a disco.

E lì il racconto ha dovuto cambiare. Per forza.
Perché le bici con i freni a disco, soprattutto nelle prime generazioni, erano spesso più pesanti. E allora il mercato, che fino a poco prima aveva educato i ciclisti a pesare tutto, ha dovuto spostare di nuovo il metro. Il peso non poteva più essere l’unico argomento assoluto. Bisognava raccontare altro. Così è arrivata con ancora più forza l’aerodinamica.
Anche qui: l’aerodinamica è un valore reale. Esiste, conta, può incidere sulle prestazioni, soprattutto a certe velocità e in certi contesti. Nessuno che costruisce biciclette seriamente può ignorarla. Daccordi è stato da sempre un ricercatore in questo senso: dalle forcelle ultra-aerodinamiche prodotte a partire dal 1987, passando per le forcelle degli anni 90 e arrivando ai triangoli posteriori creati per minimizzare il vortice d’aria della ruota posteriore dei primi anni 2000.
Ma anche in questo caso il problema non è il valore tecnico in sé. Il problema è quando quel valore diventa la nuova misura unica e obbligata con cui giudicare qualsiasi bicicletta.
L’aerodinamica, rispetto al peso, ha anche un vantaggio enorme per il marketing: è molto meno tangibile.
Una bici la puoi pesare. Un telaio lo puoi mettere sulla bilancia. Puoi discutere se quel numero sia davvero decisivo, ma almeno lo vedi. L’aerodinamica, invece, per l’utente medio è quasi impossibile da verificare. Si parla di watt risparmiati, di percentuali di miglioramento, di test in galleria del vento, di simulazioni, di condizioni ideali. Spesso vengono mostrati pochi numeri, qualche grafico, qualche frase molto efficace. Ma raramente il ciclista comune ha gli strumenti per capire davvero quanto quei dati incidano nella sua vita reale.
E allora il rischio è sempre lo stesso: non sei più tu a decidere cosa conta.
È qualcun altro che sceglie il metro per te. Prima ti ha detto che dovevi guardare il peso. Poi ti ha detto che dovevi guardare l’aerodinamica. Domani ti dirà qualcos’altro.
Il punto non è essere contro il peso, contro l’aerodinamica, contro i freni a disco o contro l’innovazione. Sarebbe una posizione povera, nostalgica, sbagliata.
Il punto è un altro: una bicicletta non può essere giudicata ogni volta solo dal parametro che il marketing ha deciso di vendere in quel momento.
Perché una bici è un equilibrio.
È peso, certo.
È aerodinamica, certo.
È rigidità, certo.
Ma è anche geometria. È distribuzione dei pesi. È posizione del ciclista. È stabilità. È comfort. È durata nel tempo. È riparabilità. E’ compatibilità con i componenti. È comportamento in curva. È sicurezza in discesa. È feeling. È rapporto tra chi la costruisce e chi la pedalerà. E soprattutto è uso reale.
Negli anni il marketing non ha solo cambiato il metro con cui giudichiamo le biciclette. Ha anche impoverito la cultura tecnica del ciclista.
Una volta molti appassionati sapevano leggere una geometria. Magari non conoscevano tutte le formule, ma intuivano cosa potesse significare un piantone più in piedi, un carro più corto, un angolo sterzo più aperto o più chiuso. Sapevano che due biciclette dello stesso peso potevano comportarsi in modo completamente diverso.
Oggi, invece, molti ciclisti sono stati disabituati a leggere una bicicletta, perché sono stati abituati a leggere una scheda marketing. Questo non è colpa loro. È il risultato di anni di narrazioni costruite per rendere il prodotto più facile da vendere, non necessariamente più facile da capire.

Il mercato ha bisogno di un metro semplice, perché deve parlare a tutti nello stesso modo.
Deve ridurre la complessità, creare desiderio, generare confronto immediato. Deve dirti che una bici è migliore perché pesa meno, perché è più aerodinamica, perché ha i cavi nascosti, perché somiglia a quella dei professionisti, perché rappresenta l’ultima evoluzione.
Se il metro lo tiene il marketing, ogni anno cambierà il valore da inseguire. Se il metro lo tiene il ciclista, allora la bicicletta torna a essere ciò che dovrebbe essere: uno strumento personale, tecnico, vivo. Non un oggetto da giudicare solo con il parametro più rumoroso del momento.
Noi costruiamo biciclette da molto tempo. Abbiamo visto cambiare materiali, standard, mode, freni, geometrie, passaggi cavo, tubazioni, ruote, selle. Abbiamo visto il mercato innamorarsi di un valore, abbandonarlo, sostituirlo con un altro e ricominciare da capo.
Ma una cosa, per noi, non è mai cambiata. Una bicicletta non vale solo per quello che appare. Vale per come ti fa sentire. Nasce per diventare fedele.




