bici artigianale a testa in giù

No, non è vero. Ma potevamo raccontarvelo.

Tesla ha presentato una Roadster capace di viaggiare a testa in giù e compiere acrobazie in aria. Fantastico. Un’automobile che va a testa in giù. E a cosa serve? Assolutamente a niente. Ma poco importa, perché il vero obiettivo non è risolvere un problema o soddisfare un bisogno. L’obiettivo è stupire, occupare le prime pagine dei giornali, generare milioni di visualizzazioni e convincere il mondo di essere ancora una volta davanti a una rivoluzione. Un’automobile annunciata nel 2017, che dopo quasi dieci anni non è ancora arrivata sul mercato, torna improvvisamente a far parlare di sé perché riesce a fare qualcosa di completamente inutile. È il trionfo del marketing sulla sostanza.

Benvenuti nell’epoca della fuffa tecnologica.

Le grandi multinazionali spendono fortune per convincerci che ogni loro trovata sia destinata a cambiare il futuro dell’umanità. Non importa se sia utile, necessaria o persino disponibile sul mercato. Basta che sia spettacolare. Il consumatore non deve ragionare, deve tifare.

Ricordate i supermercati Amazon dove si poteva entrare, prendere i prodotti e uscire senza passare dalla cassa? Una rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ci raccontavano. Telecamere, algoritmi, automazione totale. Poi è saltato fuori che dietro quella meraviglia tecnologica lavoravano oltre mille persone in India, impegnate a verificare attraverso le immagini cosa acquistassero i clienti. Secondo un’inchiesta, nel 2022 circa il 70% degli acquisti richiedeva una revisione umana. Dietro il sipario c’erano persone che facevano il lavoro che il pubblico immaginava fosse svolto dalle macchine.

E Volkswagen? Per anni ci ha raccontato la favola del Clean Diesel, il motore diesel pulito, moderno, rispettoso dell’ambiente. Poi, nel 2015, si scopre che milioni di automobili erano equipaggiate con un software progettato per riconoscere quando venivano sottoposte ai test sulle emissioni. Altro che rivoluzione ecologica: avevano costruito un sistema per ingannare i controlli. E il mondo ci ha creduto per anni.

Google nel 2023 presentò Gemini, la sua nuova intelligenza artificiale, con un video che lasciò il mondo a bocca aperta. Una persona mostrava oggetti, faceva disegni, parlava con il computer e riceveva risposte immediate, come se stesse conversando con un essere umano. Peccato che, dopo la presentazione, sia venuto fuori che quella conversazione non era mai avvenuta nel modo mostrato. Il video era stato montato appositamente per creare l’illusione di un dialogo vocale in diretta. Ancora una volta, la pubblicità correva molto più veloce della tecnologia.

Ma sarebbe un errore fermarsi alla pubblicità.

Perché quando un’azienda è abbastanza potente da influenzare ciò che milioni di persone pensano, diventa legittimo chiedersi quanto possa influenzare anche chi governa. Alcune di queste aziende hanno fatturati superiori ai bilanci annuali di molti Stati, capitalizzazioni gigantesche e risorse economiche che permettono loro di trattare direttamente con governi e istituzioni internazionali. Due realtà che si siedono spesso allo stesso tavolo, negoziano accordi e prendono decisioni che finiscono per condizionare la vita di milioni di persone. Non hanno lo stesso potere formale degli Stati, ma hanno abbastanza potere economico da influenzarne le scelte.

Le guerre, le tensioni internazionali, le crisi economiche non nascono esclusivamente negli uffici delle grandi multinazionali, ma sarebbe ingenuo pensare che gli interessi economici non abbiano alcun peso nelle scelte dei governi. Energia, materie prime, tecnologie, mercati, forniture militari: dietro molti conflitti e molte tensioni si intrecciano decisioni politiche e interessi industriali. Non sono le aziende a dichiarare formalmente le guerre, ma alcune possono trarre vantaggio da certe scelte, sostenerle o esercitare pressioni sulle politiche che le accompagnano. Il confine fra potere economico e potere politico è diventato sempre più difficile da distinguere.

L’artigianato rappresenta l’esatto opposto di questa logica.

Un oggetto artigianale è l’espressione della cultura, dell’intelligenza, della manualità e della storia di chi lo realizza. Acquistare un prodotto artigianale giapponese, iraniano, russo o americano non significa sostenere il governo di quel Paese, ma riconoscere il valore del lavoro del suo popolo. È uno scambio di conoscenze, di tradizioni e di rispetto reciproco. Un rapporto che esiste da secoli, ben prima delle multinazionali, e che non ha bisogno di conquistare o annientare qualcuno per funzionare.

Un artigiano italiano può ammirare il lavoro di un artigiano russo anche quando i rispettivi governi sono nemici. Può imparare da un giapponese, collaborare con un americano, condividere le proprie tecniche con un francese. Nessuno deve perdere perché qualcun altro possa crescere. È questa la differenza fra un’economia costruita sulla concentrazione del potere e una cultura fondata sullo scambio.

Noi costruiamo biciclette. Non volano e non vanno a testa in giù. Ma sono il risultato di conoscenze, materiali e competenze che attraversano i confini. E continueremo ad ammirare il lavoro di chi sa costruire una bella bicicletta, ovunque si trovi, qualunque sia la sua nazionalità.

Quando pedali su una bicicletta artigianale, porti con te un piccolo pezzo della cultura, del sapere e del lavoro di un popolo. Quando pedali su una bicicletta artigianale, nel tuo piccolo, diventi anche tu un portatore di pace nel mondo.

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