Montréal 2026 il Mondiale dei guasti meccanici

 

Ritorno sui Mondiali di ciclismo di Montréal 2026. Lo faccio dopo qualche giorno dalla loro conclusione, perché ho voluto raccogliere informazioni e mettere insieme una serie di episodi che, a mio avviso, meritano molta più attenzione di quella che hanno ricevuto.

C’è infatti una statistica nascosta di questo Mondiale, una statistica scomoda, perché riguarda componenti prodotti da grandi marchi del ciclismo, gli stessi che sono spesso sponsor (anche del mondiale stesso) e importanti inserzionisti pubblicitari di buona parte delle riviste tecniche di settore. Non sorprende, quindi, che pochi si siano presi la briga di raccoglierli, per una semplice questione di conflitto di interessi.

Perché Montréal 2026, incredibilmente, proprio nell’epoca in cui la vulgata ci racconta continuamente di bici e componenti sempre più evoluti, sofisticati e performanti, potrebbe essere ricordato come il Mondiale dei guasti meccanici.

E non stiamo parlando di uno o due episodi isolati. Proviamo allora a fare quello che finora quasi nessuno ha fatto: metterli in fila.

Cameron Rogers, crono U23. Cade la catena dopo meno di dieci chilometri. Il deragliatore posteriore risulta piegato, entra in crash mode. Perde circa tre minuti e alla fine passa alla bici da strada.

Stefan Küng, Mixed Relay. Problema meccanico dopo appena tre chilometri. Svizzera costretta a percorrere praticamente tutta la frazione maschile con due soli corridori e perde la possibilità di giocarsi la vittoria.

Georgia Baker, Mixed Relay. Stessa gara, anche l’Australia viene colpita: problema meccanico per Baker nella frazione femminile. Le due compagne devono proseguire senza di lei e l’Australia, vincitrice delle due precedenti edizioni, termina quarta.

Victor De Smet, gara Junior uomini. Problema meccanico già al secondo giro. È costretto al cambio bici.

Nienke Vinke, gara U23 donne. Problema meccanico mentre è ancora nel gruppo delle migliori. Deve aspettare a lungo l’ammiraglia e perde definitivamente contatto proprio nella fase decisiva della corsa.

Lore De Schepper, gara U23 donne. La catena si blocca completamente. Deve prendere la bici della compagna Febe Jooris e riesce poi a rientrare. Finisce sesta.

Eleonora Ciabocco, gara U23 donne. Problema meccanico a circa 30 chilometri dall’arrivo. Chiuderà quattordicesima.

Nabyenka Valentina García, gara Junior donne. È forse l’immagine simbolo del Mondiale. È sola in testa alla corsa, entra nell’ultimo giro con una quindicina di secondi di vantaggio e deve fermarsi per un problema alla trasmissione ripresa da tutte le telecamere. La fuga sarebbe comunque finita presto, ma così ha un sapore più amaro.

Ben Oliver, gara Elite uomini. lo pneumatico anteriore esce dalla ruota e il neozelandese rimane fermo a bordo strada in attesa dell’assistenza.

Matej Mohorič, gara Elite uomini. Problema meccanico e cambio bici.

Thibau Nys, gara Elite uomini. Praticamente nello stesso momento di Mohorič, Nys chiama l’ammiraglia e necessita di un cambio ruota.

Skye Davidson. Durante la ricognizione della crono Elite donne rompe il supporto del deragliatore insieme a una puleggia, inconveniente già successo tre volte nella settimana. Disputa il Mondiale con una bici del 2015 a freni rim prestatale dal team manager.

Ecco, ho volutamente escluso le normali forature e, naturalmente, non possiamo sapere quanti altri inconvenienti siano avvenuti nelle retrovie, lontano dalle telecamere.

Tra l’altro, avete notato il cambio di narrazione fra il passato e le gare odierne? Sempre più spesso leggiamo semplicemente «problema meccanico». Una definizione generica, che non ci dice se sia caduta una catena, se si sia bloccato un cambio o se si sia rotto un componente. E soprattutto non ci permette di capire se certi problemi si ripetano con frequenza.

Alcuni tecnici sono stati interpellati dopo questo mondiale, perché non sono stato l’unico a notare questa anomalia, ma hanno rilasciato delle spiegazioni che lasciano quantomeno perplessi. Le strade sono troppo rovinate. I corridori cambiano rapporto nel momento sbagliato, magari sotto sforzo in salita. Ma stiamo scherzando? Una bicicletta da corsa deve funzionare sulle strade, sono bici che corrono al Fiandre e alla Roubaix. E stiamo parlando di atleti che partecipano a un Campionato del Mondo, non alla corsa della parrocchia. Alcuni hanno risposto con un “no comment”.

E se proviamo a tornare indietro di dieci anni? Richmond 2015 e Doha 2016. I guasti esistevano anche allora, naturalmente: catene cadute, cambi bloccati, biciclette sostituite. Ma su internet si trovano meno della metà dei casi documentati a Montréal. Non è una statistica ufficiale, né un confronto esaustivo, ma è una differenza che merita attenzione. Soprattutto considerando quanto, in questi dieci anni, ci sia stato raccontato sul progresso tecnologico dei componenti.

Allora mi domando: in quale direzione stiamo andando? Stiamo davvero sviluppando tecnologie migliori o stiamo trasformando l’innovazione tecnologica in semplice fuffa commerciale? Ma soprattutto, perché chi produce questi componenti non viene chiamato a rispondere dei loro malfunzionamenti? Perché si preferisce parlare genericamente di «problemi meccanici», senza approfondire che cosa sia realmente successo?

In questo clima che trovo francamente omertoso, dove gli interessi commerciali dei produttori si intrecciano con quelli di buona parte dell’informazione di settore, diventa difficile credere che ogni innovazione sia guidata esclusivamente dalla volontà di migliorare il prodotto.

E allora un’ultima domanda: a cosa servono tre watt guadagnati, se poi è l’affidabilità a impedirti di giocarti la gara della vita?

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