Qualche giorno fa siamo stati alla Nova Eroica Prosecco Hills, in Veneto. Al nostro stand abbiamo scelto un modo semplice per conoscere le persone: offrire Vin Santo e cantuccini e chiedere, in cambio, un piccolo favore. Scrivere su un cartellino il proprio sogno a due ruote.
Non necessariamente un’impresa impossibile, non per forza una grande avventura, non per forza qualcosa di sportivo. Solo un sogno che potesse nascere da una bicicletta, o diventare possibile grazie a una bicicletta.
Poi abbiamo chiesto a ciascuno di appendere il proprio cartellino al nostro gazebo. Alla fine dei due giorni quei bigliettini erano tutti lì, sospesi uno accanto all’altro, con grafie diverse, lingue diverse, desideri diversi. Alcuni facevano sorridere, altri veniva voglia di conservarli. Tutti, in qualche modo, raccontavano qualcosa.
C’era chi sognava un viaggio semplice in famiglia, chi una vacanza in bici, chi un giro con la figlia. Un papà ha scritto proprio questo: fare un viaggio in bicicletta con mia figlia. Un desiderio apparentemente piccolo, ma in realtà enorme, perché dentro ci sono il tempo, la presenza, il ricordo che resta.
Altri sogni erano legati ai luoghi: l’anello dell’isola d’Elba, Oropa, la Monaco-Venezia, il giro d’Europa, la Patagonia. Nomi che, anche solo pronunciati, aprono immagini. Strade lunghe, borse agganciate alla bici, giornate che iniziano presto, fatica, paesaggi, confini attraversati piano.
Poi c’erano i sogni più ciclistici, quelli che profumano di classiche: partecipare all’Eroica a Gaiole in Chianti, pedalare la Parigi-Roubaix, affrontare il Giro delle Fiandre. Qualcuno ha scritto che sognava di arrivare al traguardo a braccia alzate, come succede ai campioni. Ed è bello anche questo, perché in fondo la bicicletta permette a tutti, almeno per un momento, di sentirsi dentro una storia più grande.
Una menzione speciale va al cartellino di Paolo, che ha scritto di sognare strade sostenibili per le biciclette e vacanze in bici con la famiglia. È un sogno bellissimo, ma anche un po’ triste, perché in un Paese normale non dovrebbe essere un sogno. Dovrebbe essere una possibilità concreta, quotidiana, sicura. Strade più adatte alle biciclette non servirebbero solo agli sportivi, ma alle famiglie, ai bambini, a chi vuole spostarsi in modo diverso, a chi vorrebbe vivere la bici senza doverla sempre associare al rischio.
Noi costruiamo biciclette sportive: bici da corsa, gravel, adventure. Però usiamo la bicicletta anche nella vita di tutti i giorni, per spostarci, per accompagnare, per scegliere un ritmo diverso. E crediamo davvero che favorire l’uso quotidiano della bicicletta sia anche un modo per avvicinare più persone al ciclismo sportivo. Prima della prestazione, prima dell’allenamento, prima del cronometro, c’è il gesto semplice di salire in sella.
E forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire. Anche perché stiamo togliendo a molti bambini una cosa che per generazioni è stata naturale: andare in bicicletta, muoversi da soli, imparare equilibrio, attenzione, libertà, responsabilità. La bici non è solo un mezzo. Per un bambino può essere una delle prime forme di autonomia.
Tra i cartellini ce n’era anche uno che diceva: “Il mio sogno è avere la fortuna di poter pedalare fino a 80 anni”. Un sogno concreto, possibile, e forse tra i più belli. Alla Nova Eroica abbiamo incontrato anche persone che a quell’età, o quasi, pedalano ancora. E vederle in bici dice più di tante parole: la bicicletta può accompagnare una vita intera, cambiando forma, ritmo, intensità, ma restando sempre lì.
Alla fine, leggendo quei bigliettini, veniva fuori una cosa molto chiara: per qualcuno la bicicletta è famiglia, per qualcuno è amore, per qualcuno è salute, per qualcuno è viaggio, per qualcuno è avventura, per qualcuno è semplicemente stare bene. Quando ci siamo sopra, a volte soffriamo, ci arrabbiamo, malediciamo una salita o il vento contrario. Ma nell’immaginario delle persone la bicicletta resta legata a qualcosa di positivo.
Forse perché la bicicletta mette insieme due cose rare: la fatica e la leggerezza. Ti chiede energia, ma ti restituisce spazio. Ti fa sentire il corpo, ma anche la strada. Ti porta lontano, ma senza separarti da quello che attraversi.
Per questo quei cartellini ci sono piaciuti così tanto. Erano piccoli pezzi di carta, ma dentro c’erano desideri veri. Alcuni semplicissimi, altri enormi. Alcuni realizzabili domani, altri forse mai. Ma tutti avevano in comune una cosa: partivano da una bicicletta.
Continuiamo così. A pedalare, a progettare, a immaginare, a realizzare sogni. Anche quando sembrano solo un cartellino appeso a un gazebo.



