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In questi giorni circola la notizia della creazione di una “Bike Card” al costo di 25 euro per ogni cicloamatore d’Italia. Alcune testate giornalistiche, senza aver nemmeno capito bene di cosa si parla, sono arrivate a ribattezzarla “tassa sul sudore”, fino a sbarcare in un servizio del Tg5 di Alessandro Mischi dove vengono intervistati comuni cittadini intenti a pedalare sulla propria bicicletta utilizzandola come mezzo di trasporto. Ovviamente un target non in linea con la notizia in quanto non intenti a partecipare a manifestazioni agonistiche alle quali invece è rivolta la Bike Card.

Allora qual è la verità?

La Federazione Ciclistica Italiana è stata costretta a diramare un comunicato in difesa della propria posizione, dove si legge chiaramente che si tratta di un accordo fra FIC, Uisp e Acsi e che pertanto chi è in possesso di questi tesseramenti non ha nulla da temere e non deve provvedere all’acquisto di nessuna tessera aggiuntiva:

Daccordi Cicli - LA TASSA SUL SUDORE, UNA (QUASI) FAKE NEWS VISTA IN TV

 

BIKE CARD, CHI LA DEVE PAGARE?

Sicuramente non chi va a fare la spesa in bicicletta, tantomeno chi è tesserato fra i maggiori enti nazionali per scopo competizioni. In Italia però esistono circa una quindicina di enti “minori” nel campo del ciclismo, oltre alla Federazione Nazionale, che tesserano regolarmente propri atleti. La Bike Card andrà a colpire proprio loro, chi non ha né tessera FCI, né Uisp o Acsi che hanno sottoscritto l’accordo, ma tutti gli altri che fanno parte di queste associazioni più piccole. Quanti in definitiva? Pochi. La stragrande maggioranza degli amatori è tesserata con i 3 organi maggiori, ed i rimanenti sono considerati il 30% quindi circa 60000 amatori al massimo, ma probabilmente sono molti meno.

BIKE CARD, PERCHE’?

In questo caso è stato facile collegare la richiesta di una “tassa” con la disastrosa condizione economica della FCI. Considerando il famoso buco nero di circa 2 milioni di euro della FCI, facendo un breve calcolo possiamo capire che vendendo 60000 tessere da 25 euro verrebbero incassati 1,5 milioni di euro, anche se in realtà il conto non è così semplice: a questo vanno aggiunti i costi di gestione del sistema tessere e poi la possibilità data agli atleti di scegliere comunque di tesserarsi FCI, Uisp o Acsi e quindi evitando di pagare la Bike Card. Senza buttare via questa ingente boccata d’ossigeno per le miserabili casse della FCI, lo scopo dovrebbe comunque essere un altro: permettere di catalogare tutti gli atleti in un unico database in modo da non far partire alle gare persone squalificate per doping o per comportamento scorretto, che come scappatoia riescono a gareggiare ugualmente grazie agli Enti minori che non praticano controlli ferrei. Quindi uno scopo nobile affiancato ad uno più venale.

BIKE CARD, GIUSTA O SBAGLIATA?

Controllare chi parte alle gare in modo fraudolento è oggetto di discussione da anni. Troppo spesso vediamo gente che raggira le squalifiche tesserandosi per enti semi-sconosciuti. La finalità è giusta e nobile. Il metodo è quanto meno discutibile. Può una semplice tassa arginare la situazione? Pensiamo di no. E sicuramente è un metodo che attirerà altre polemiche, come già sta facendo ora. Una soluzione più semplice ma più efficace sarebbe stata l’obbligo di dotazione di computer ai giudici che accettano le iscrizioni alle gare, dove un database di atleti squalificati avrebbe negato la partecipazione alla manifestazione. Invece il database comune fra i vari enti non c’è, ed anzi, non ci sono nemmeno i computer alla partenza delle gare. Il Regolamento FCI parla di computer obbligatori messi a disposizione dall’organizzazione delle gare ai giudici; in realtà questi non sempre sono presenti. Per gli altri enti non sono nemmeno obbligatori. Ma un appunto nell’era degli smartphone e dei tablet và fatto: perché i giudici non hanno apparecchi propri? E comunque sia se non viene creato a monte un programma di sottoscrizione alle gare online dove l’iscritto è verificato, una semplice tassa non risolverà certo il problema.

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